Chi è il Massone?

Chi è il Massone?



Siamo persone comuni, senza velleità particolari, al di la di ciò che la convinzione collettiva vuole. Studiamo l'uomo, i suoi difetti e i suoi pregi, cerchiamo di conoscere la Verità su ogni argomento, difendiamo la verità e le pari opportunità, difendiamo sempre la giustizia (quella vera) e "lavoriamo" sotto tre insegne: Libertà, Uguaglianza e Fr...atellanza. Dalle nostre Logge è bandito il Classismo (sub-cultura presente in molte altre istituzioni), che non fa certo parte delle nostre logiche di miglioramento dell'Uomo, convinti anzi che lo offenda, sempre e comunque. Ecco chi è il Massone.

La Massoneria non è fatta di miliardari e di benestanti professionisti, ma di normalissime persone.

Solo ed esclusivamente per motivi di opportunità e di tradizione secolare preferiamo non rendere pubblici i nostri nomi.

Per opportunità, perchè è inopportuno, in una società che a priori è contraria al nostro ideale, che si fida di informazioni fin troppo di parte per poter essere credibili, che ha esaltato l'operato di un'inchiesta balorda, sfruttata a fini politici e finita con un'archiviazione che è servita soltanto a creare un database di discutibile legalità su usi, conoscenze ed abitudini di persone normali, unite da ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. Certo è che il Massone, all'atto della sua Iniziazione, promette solennemente di rispettare le Leggi dello Stato e la Costituzione. Non si fa altrettanto quando ci si iscrive ad un partito politico, a qualunque altra Associazione di quelle che molti definiscono "pure"

Per tradizione secolare, perchè noi, tradizionalmente, preferiamo non uscire allo scoperto, perchè la volontà politica di pochi non deve e non può demolire tradizioni che hanno sviluppato le proprie radici a partire dal 1717. Sta alla libertà di ognuno di noi decidere se dichiararsi o se non dichiararsi pubblicamente Massone.

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domenica 13 marzo 2011

Libera Muratoria e Giordano Bruno













Non deve sembrare arbitrario ed azzardato l’accostamento di Giordano Bruno alla Massoneria o, più correttamente, della Massoneria a Giordano Bruno, dal momento che la Massoneria è sicuramente debitrice a Bruno per quanto concerne alcuni contenuti iniziatici e la metodologia della ricerca interiore.
I GiordanistiBruno, senza dubbio, è l’espressione più alta di quel Rinascimento caldo – come scrive Matteo D’Amico nel Giordano Bruno - che dopo di lui si smarrisce e lentamente si dilegua, scomparendo nelle tenebre della storia, perciò in Bruno per l’ultima volta con tanta forza e coerenza si leva una visione qualitativa della vita, della natura, del Cosmo stesso, che proprio per questo diventano i luoghi ove è possibile un dionisiaco abbandono al Tutto in cui ogni cosa aspira a risolversi.
D’altro canto, la sua attività a sfondo iniziatico e politico lo porta alla fondazione di una setta d’iniziati, chiamati Giordanisti, che si radica in Germania e poi anche in Inghilterra, e che forse è una delle radici del movimento seicentesco dei Rosacroce. Del resto, non si può escludere che la Massoneria derivi proprio da questi circoli di Giordanisti, almeno per quanto riguarda, come abbiamo già detto, i contenuti.
Contro ogni autoritarismoOccorre, inoltre, rammentare – come osserva la profonda studiosa inglese Frances A. Yates in Giordano Bruno e la tradizione ermetica – che Bruno venne alla ribalta verso la fine del XVI secolo, di quel secolo che vide terribili manifestazioni d’intolleranza religiosa e nel quale si cercò nell’ermetismo religioso un rifugio di tolleranza, una via – come continua la studiosa inglese – che portasse all’unione delle varie sette in lotta tra di loro. Nel sottofondo spirituale dell’epoca si muoveva, quindi, una contestazione contro tutte le imposizioni, le schiavitù della ragione, gli osanna delle fedi, per alimentare una rivolta, incruenta, contro ogni autorità che, degenerando in autoritarismo, tendeva a soggiogare la dignità e la libertà. Tale contestazione ideologica ebbe riflessi nell’evoluzione della Massoneria che dalla fase originaria detta operativa s’intrecciò con quella accettata, preludio a quella speculativa del 1717.
Il fenomeno dell’accettazioneL’accettazione di membri estranei all’arte della costruzione, espressione di ceti socialmente elevati e culturalmente e politicamente impegnati, determinò la rottura di quell’isolamento dal contesto sociale che era stato caratteristico delle Corporazioni, sin dal Medioevo. Si ridusse, in pratica, lo scarto tra corporazioni e società, in modo che la Massoneria non fu più tanto chiusa da non risentire i contraccolpi delle situazioni politiche, sociali, intellettuali e religiose e, d’altronde, le ideologie portate all’interno dai membri accettati non potevano rimanere a sé stanti, inerti, ma dovevano, bensì, fruttificare all’esterno, scontrandosi anche con alcune correnti di pensiero e con alcune leve di potere. L’accettazione, tuttavia, permise, da un lato, l’arricchimento del contenuto ideologico della Massoneria e, dall’altro, la verifica della propria validità iniziatica e contribuì a ricomporre le scomposte manifestazioni d’intolleranza religiosa e politica attraverso l’auspicato ripristino di un ordine sociale e morale meno corrotto e malvagio.
Il ruolo di BrunoEbbene, Giordano Bruno giunge in Inghilterra quando maggiori sono le inquietudini delle anime ed il marasma politico – siamo nel 1583 – e prende, subito, incondizionatamente, come base l’ermetismo magico egiziano, profetizza un ritorno alla tradizione egiziana grazie al quale le difficoltà religiose si comporranno in una soluzione nuova, propugna, infine, anche una riforma morale, accentuando l’importanza di buone opere sociali, di un’etica rispondente a criteri d’utilità sociale (Yates, op. cit.). A questo punto domandiamoci con la Yates: Dove mai si ritrova una simile sintesi religiosa, di solidarietà psicologica con il passato, di esaltazione delle buone opere, di adesione entusiastica alla religione ed al simbolismo degli egiziani? La risposta più immediata, la più ovvia, per la studiosa inglese non può essere che questa : Nella Massoneria, con il suo mitico collegamento coi muratori medievali, con la sua tolleranza, la sua filantropia ed il suo simbolismo egizio.
Siamo agli inizi del XVII secoloLa Massoneria, come istituzione ben caratterizzata, non appare, in realtà, che agli inizi del XVII secolo, ma certamente essa ebbe precedenti e tradizioni che risalgono molto indietro nel tempo. D’altro canto, il simbolismo e la tradizione egiziana si riferiscono in particolare ad Ermete Trismegisto e alla tradizione ermetico-alchemica, che sono alla base del contenuto iniziatico della Massoneria. Si può, quindi, ritenere che la dottrina e l’influenza di Bruno preparano ed elaborano i contenuti della Massoneria, avendo suscitato, con la sua opera svolta in Inghilterra (1583-1586 e 1586-1591) e in Germania (1586-1588), quegli impulsi attraverso i quali l’ermetismo rinascimentale, collegatosi ai “prisci theologi”, e tra questi soprattutto ad Ermete Trismegisto, confluì nei canali sotterranei delle società esoteriche.
Il pensiero del Nolano e la MassoneriaGiordano Bruno diviene, in tal modo, il fulcro della Massoneria cosiddetta moderna che poggia il suo messaggio su questi tre insegnamenti, che, conseguentemente, la riallaccia alla Philosophia perennis:
1) La rivalutazione ed il miglioramento dell’uomo.
2) La ricerca della Verità che risiede all’interno dell’uomo.
3) La glorificazione, attraverso un incessante travaglio interiore, del Grande Architetto dell’Universo, che i massoni chiamano G.A.D.U., ma non è altro che Dio.
Queste tre componenti dobbiamo ritrovare nell’opera di Bruno, se vogliamo che tale accostamento non sia una semplice ed opinabile interpretazione. Non è così, perché proprio dagli scritti di Bruno emerge, in modo chiaro e netto l’importanza, ad esempio, della ricerca interiore, che Bruno chiama potere interiore e che pone l’uomo al centro della conoscenza e dell’esperienza. Infatti, nel De imaginum composition” scrive il Nolano: Perché, dico io, così pochi comprendono ed apprendono il potere interiore?.. Colui che vede in sé stesso tutte le cose è, al tempo stesso, tutte le cose. Queste espressioni necessitano di una spiegazione, e per meglio comprenderle, anche per impadronirsi già del pensiero di Bruno, è utile riportare altri due passi: uno, tratto da Lo spaccio de la bestia trionfante : Iddio tutto è in tutte le cose. E l’altro da De la causa, principio e uno : Il sommo bene, il sommo appetibile, la somma perfezione, la somma beatitudine consiste nell’unità che complica il tutto... voglio che notiate essere una e medesima scala per la quale la natura descende alla produzione delle cose, e l’intelletto ascende alla cognizione di quelle; e che l’una e l’altra da l’unità procede all’unità passando per la moltitudine di mezzi. Se fermiamo l’attenzione su questi tre passi, possiamo comprendere in cosa consista per Bruno il potere interiore, che è correlato all’unità di tutte le cose, anticipando quasi la visione ecologica che è oggi al centro della conoscenza e della scienza.
Correlazione tra Dio, Uomo e NaturaIl rapporto tra Dio e Uomo e Natura non è di dipendenza né di subordinazione in senso stretto ma appunto di correlazione, sino a giungere, in particolari condizioni di risveglio interiore, alla’identificazione, alla somiglianza, collegandosi, questa volta, alla spiritualità orientale, upanishadica e all’omòiosis tò theò del Corpus Hermeticum.
La rivalutazione dell’uomo, pertanto, non può essere sganciata dalla relazione con il divino e proprio questo rapporto ne amplia la dimensione. Sebbene molti studiosi ritengano che nel Rinascimento vi sia stata un’emarginazione della divinità, o addirittura la negazione della trascendenza divina, non si può, tuttavia, disconoscere che la dignità ed il valore dell’uomo possono avere un senso se riferiti e proiettati verso un Ente Supremo, inteso quest’ultimo non tanto come un Dio personale ma come Principio, conformemente a quanto sostiene Pico della Mirandola, quando dichiara: Reditus uniuscuisque rei ad suum principum.
Divinità, come traguardo finale della Conoscenza,Tale concetto rimane sempre valido, si vuole solo riportare il divino da un piano trascendente ad uno immanente, divinizzando uomo e natura, così com’è scritto nel Corpus Hermeticum ed affermato nella tradizione alchemica. Questo rapporto Dio-Uomo-Natura può prefigurare, a prima vista, una forma di panteismo (questa fu l’accusa lanciata contro Bruno ed anche contro Cusano); si tratta piuttosto – come abbiamo già detto – di un tipo di immanentismo in cui il principio eterno è riportato non ad un’entità esterna e al di fuori del mondo ma immerso, celato all’interno dell’uomo e delle cose, come sostiene appunto Bruno nella Cena delle ceneri : Già avendola contratta in sé non era necessario cercar fuori di sé la divinità.
KrauseQuesta posizione di Bruno, approfondendola, sembra anticipare di alcuni secoli la concezione formulata da Krause nel 1800 e che va sotto il nome di Panenteismo, la cui definizione è questa:
Dottrina che, senza confondere il mondo con Dio come fa il panteismo, non lo vuole tuttavia separato dalla sostanza divina. Dio non si esaurisce nel mondo, che n' è l’estrinsecazione empirica, ma è in tutto, immanente e trascendente nello stesso tempo. La concezione panenteistica, tipica, tra l’altro, di tutta la spiritualità orientale, ed upanishadica in particolare, riconduce la speculazione filosofica rinascimentale nell’alveo della Tradizione che sempre ha privilegiato l'aspetto interioristico, per cui il Dio/Verità è dentro l’uomo e solo là va ricercato. E’ questo primato dell’interiorità che giustifica la ricerca interiore, permettendo di comprendere ed assimilare l’Unità del Tutto.
Il Deus Naturaque di BrunoNell’Uno/Tutto, che Bruno chiama Deus Naturaque, non vi è dualità e - quindi – distinzione sostanziale tra soggetto ed oggetto, in quanto Tutto è sì l’oggetto dell’Uno, ma non è Altro rispetto all’Uno; è un po’ il concetto del G.A.D.U., del Grande Architetto dell’Universo, della Massoneria, in cui il Grande Architetto è Uno e l’Universo è il Tutto e tra l’uno e l’altro, grazie alla magia geometrica dell’architettura, vi è una splendida reciprocità. Il Deus Naturaque diviene, così, la raffigurazione simbolica del G.A.D.U., il simbolo iniziatico della Realizzazione, in quanto riafferma, come punto d’arrivo della Conoscenza, la risoluzione degli opposti, l’androginia della Verità. Nel Tutto vi è, pertanto, il riflesso dell’Uno, in quanto – scrive Bruno ne Gli eroici furori - tutto è pieno di divinità, verità, entità, bontà, e continua ancora [...] dalla monade che è la divinitate procede questa monade, che è la natura, l’universo, il mondo. Tra l’infinito divino e l’infinito della natura non vi è, dunque, opposizione, ma un’armonica unità, in modo che tutta la realtà può essere compresa, appunto, nel Deus Naturaque, nella cui intima struttura si ha la già proclamata risoluzione di ogni contrario, perché in esso: [...] si contempla l’armonia e la consonanza de tutte le sfere, intelligenze, muse e instrumenti, dove il cielo, il moto de’ mondi, l’opre della natura, il discorso de gli intelletti, la contemplazione de la mente, il decreto della divina provvidenza, tutti d’accordo celebrano l’alta e magnifica vicissitudine, che agguaglia l’acqui inferiori a le superiori, cangia la notte con il giorno e il giorno con la notte, a fin che la divinità sia in tutto nel mondo con cui tutto è capace di tutto, e l’infinita bontà infinitamente si communiche secondo tutta la capacità de le cose.
Il pensiero ermeticoIl Deus Naturaque di Bruno, orbene, con la diversità risolta nell’unità e con l’analogia tra macro e microcosmo richiama, anche, la Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto: Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per il miracolo della Cosa Una. Se, quindi, la concezione unitaria di Bruno si sovrappone a quella ermetica, che in realtà è stata il punto di partenza, non diverso deve essere il punto d’arrivo che, nella concezione ermetica, si rende concreto nella trasfigurazione dell’Anima e, pertanto, in una via iniziatica di trasformazione interiore.
Conosci te stessoL’uomo, in altri termini, deve cercare di trovare in se stesso gli intimi legami con l’Uno-Tutto attraverso una profonda conoscenza di se stesso: ecco il potere interiore di cui parla Bruno, che trova riscontro nella impietosa indagine coscienziale che ogni massone deve compiere per ritrovare, nei meandri più riposti del proprio essere, l’occultum lapidem. V.I.T.R.I.O.L., visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem, questo è il travaglio del massone, che sembra davvero il retaggio del viaggio di Bruno, che non è né semplice né facile, ma deve in ogni caso avere la consapevolezza della sua divinità, della divinità – dice Bruno – che risiede in noi per forza del riformato intelletto e voluntate.
L’uomo, cioè, deve unificarsi, reintegrarsi nel Principio, che è proprio dentro di lui stesso, liberandosi della zavorra della sua componente fisico-psichica.

giovedì 3 marzo 2011

Paracelso






Basta pronunziare questo nome per evocare un'atmosfera particolarmente suggestiva, carica di reminiscenze arcane, misteriose e, forse, vagamente inquietanti. Paracelso (1493-1541) fu medico, astrologo, teologo, mistico e mago: la sua figura originale e gigantesca domina il nostro immaginario a cinque secoli di distanza, con una forza non minore di quella con cui dominò su quello dei suoi contemporanei. Ma perché questa forza, perché questa capacità di suggestione?
La risposta è che egli incarna un momento cruciale nella storia del pensiero occidentale e, in particolare, del pensiero medico-scientifico. Paracelso, uomo del Rinascimento nel miglior senso dell'espressione, è l'ultimo insigne rappresentante di quella concezione magico-alchemico-astrologica che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che percorre, come un filo rosso, tutta la storia del pensiero scientifico occidentale pre-moderno. La sua opera venne ammirata, ma non ripresa dagli uomini del XVI secolo; e, qualche decennio dopo, con Francesco Bacone, Galilei e Cartesio, la scienza moderna imboccherà una strada completamente diversa. La chimica, intesa come scienza puramente materialistica, si separerà dall'alchimia (che propugnava la trasmutazione dello spirito insieme a quella dei corpi); l'astronomia, ridotta a geometria meccanicistica, si staccherà dall'astrologia (che studiava i movimenti degli astri per meglio comprendere i loro influssi sul mondo sub-lunare). La medicina diverrà una tecnica di guarigione strettamente riduzionistica, tale da ridurre il corpo di vita dell'essere umano a un corpo inerte e alienato, pura sommatoria di organi: un corpo che (come afferma il filosofo Umberto Galimberti, per altro senza lagnarsene e anzi plaudendo al supposto "progresso") deve essere esaminato dal medico con lo stesso impassibile criterio di oggettività con cui un biochimico potrebbe studiare al microscopio un pezzo di legno. La teologia è stata relegata tra i dubbi saperi di un passato pre-scientifico; il misticismo viene guardato con sospetto e una punta di compatimento, oppure "spiegato" - e, possibilmente, - "curato", dai moderni stregoni della mente, psicologi e psichiatri. Infine la magia è stata demonizzata e scacciata nel regno tenebroso delle arti maledette o, nel migliore dei casi, nel museo archeologico ove lo scientismo e il positivismo trionfanti hanno relegato, in apposite vetrine di cristallo con tanto di cartellino esplicativo, i saperi in disarmo di un'epoca trascorsa per sempre, quando gli uomini erano vittime d'incredibili superstizioni né sapevano sbarazzarsi del mito, quest'ingombrante retaggio di un altro modo di attingere la conoscenza della natura, di un altro orizzonte gnoseologico.
Abbiamo detto che la concezione scientifica di Paracelso è stata una vera e propria summa del paradigma rinascimentale. In essa spicca l'orgogliosa fiducia dell'uomo-microcosmo che osa alzare gli occhi al cielo e prendere in mano il proprio destino di creatura immortale, riassunta nel celebre aforisma: "Non sia d'altri chi può essere suo". Eppure, tale fiducia nella libera, gioiosa avventura dell'uomo nel mondo è sempre accompagnata, in Paracelso, in una profonda consapevolezza dei limiti della natura mortale e dalla certezza - che è frutto ad un tempo dello studio dei classici e dell'intuizione mistica - che "esiste qualche cosa al di là della logica, come hanno dimostrato gli antichi, e che mediante lo splendore delle stelle irradia sull'uomo il riflesso della Luce divina, senza la quale noi non siamo altro che ciechi viandanti di un mondo destrutturato e svuotato di significato e di speranza.
L'uomo, dunque, è un micro-cosmo: punto di congiunzione fra l'umano e il divino, fra materia peritura e spirito eterno, fra realtà naturale e soprannaturale. Certo, gli astri influenzano il suo destino; ma la luce degli astri è peritura, mentre la Luce divina è imperitura; e l'essere umano è illuminato da entrambe le fonti, come lo è ogni altra cosa dell'Universo: creatura anfibia, egli trova la sua dignità nella compresenza e nell'armonia fra le sue due nature, le sue due vocazioni: quella verso l'aldiqua e quella verso l'aldilà. Troppo spesso, tuttavia, egli dimentica il suo destino e si allontana dal divino progetto di cui è espressione, trascurando tanto lo studio delle cose divine che di quelle naturali, tanto la fede quanto il sapere: e si fa bruto tra i bruti, creatura pesante della Terra che striscia nell'ombra, lungi dalla Verità.
Non si deve chiedere a Dio, d'altra parte, di intervenire continuamente nel mondo delle Sue creature: egli ha creato la Natura perfetta, e l'uomo può trovare in essa la propria perfezione, adeguandosi a quella di lei. La Natura non commette errori, la machina mundi è perfetta in quanto realizzata all'interno di un Progetto divino il cui scopo è il Bene, e di cui l'uomo è parte essenziale. Il senso del destino umano, pertanto, sta nel riconoscere tale progetto e nell'accordarvisi, collaborando con esso secondo gli insegnamenti della Natura: in ciò risiedono la sua grandezza e la sua dignità. Non una creatura corporea senza residui, il cui pensiero e i cui sentimenti non sarebbero altro che secrezioni del corpo (non diversamente da come lo sono il sudore e i rifiuti organici, concezione cara alla scienza e alla filosofia materialista, da Democrito al già citato Galimberti); ma una creatura che aspira all'eterno, fatta a immagine e somiglianza del suo Creatore.
Se Dio è autore del mondo naturale, Egli è anche il primo medico della Natura e, più precisamente, è l'autore della salute. La salute è necessaria al corpo perché il corpo è la casa dell'anima, e Dio non vuole che le malattie del corpo possano offuscare lo splendore e l'ardore di conoscenza che è proprio dell'anima. La medicina seconda, pertanto (quella propria agli umani) è investita pertanto di un duplice compito: curare il corpo insieme all'anima, poiché il primo non potrà mai godere della salute se non mettendosi in armonia con lo spirito immortale che lo abita e del quale è il tempio, ossia l'anima. La medicina, pertanto, deve rivolgersi contemporaneamente ad entrambi i princìpi vitali, quello mortale (il corpo) e quello immortale (l'anima); più esattamente, deve rimetterli in armonia là dove un momentaneo squilibrio ne ha incrinato la giusta relazione reciproca. Religione, si ricordi, deriva da religare, cioè legare, riunire di nuovo assieme: riunire ciò che originariamente era un tutt'uno, ritrovare l'unitarietà del proprio essere.
Da tutto ciò consegue, necessariamente, che la malattia si verifica sia quando il corpo si allontana dall'anima (ignorandone o misconoscendone il destino immortale), sia quando l'anima si allontana dal corpo, immergendosi nel flusso delle cose effimere e trascurando lo studio del suo ultimo destino. Non conoscere la destinazione ultima dell'essere umano, ecco la sorgente di molte malattie: e ciò non senza ragione. Se la salute consiste nel ristabilire l'equilibrio e l'armonia fra anima e corpo, ammalarsi vuol dire disprezzare la vera conoscenza di sé stessi e il giusto rapporto fra le parti dell'essere umano: dove il principio materiale è posto al servizio di quello spirituale e non viceversa; ma dove il principio spirituale deve esplicare e realizzare la propria vocazione alla conoscenza e non appagarsi di una illusoria autosufficienza, di una hybris o dismisura che lo allontanerebbe dal Creatore, cioè dalla sua giusta collocazione nel mondo.
Ecco perché il medico deve essere anche astrologo, teologo, mistico, mago e alchimista; deve conoscere le proprietà naturali e quelle soprannaturali; deve saper vedere nel corpo del malato non una somma di organi puramente materiali, ma una scintilla di quel principio divino che si realizza in una felice sintesi di materia e spirito, di tempo ed eternità. A differenza della moderna scienza medica, meccanicistica e riduzionistica, la concezione di Paracelso è organicistica ed olistica: essa si confronta con un corpo di vita e non con un corpo artificiale ed alienato; con un corpo che è abitacolo dell'anima e, quindi, sensibile ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, che non sono di questo mondo.
Esattamente come la tanto disprezzata (dai moderni scienziati) medicina sciamanica, la medicina di Paracelso non limita il suo compito alla cura degli organi ammalati, ma al ristabilimento dell'equilibrio perduto fra anima e corpo: equilibrio, si direbbe, che la società moderna ha perduto a causa di uno stravolgimento della sua concezione dell'uomo e del mondo. Infatti, in un mondo desacralizzato e privato di senso, il corpo alienato dal suo principio superiore non può che vivere in uno stato di cronica malattia. Se le stelle che brillano in cielo non sono altro che fornaci nucleari in lento collasso; se minerali, piante e animali non sono che vile res extensa, materia bruta cui solo si attinge per sfruttarne il potenziale economico, accumulando senza posa prodotti di scarto; se nessuno spirito, benevolo o malefico, popola più il nostro mondo, essendo fuggito da luoghi e sostanze che altro per noi non sono se non risorse da saccheggiare e rifiuti da espellere a ritmo sempre più vorticoso: allora non ci resta che strisciare come vermi su una Terra desolata, divorandoci l'un l'altro come lupi feroci e attendendo che il nulla eterno ci liberi dal peso torturante delle nostre catene.
Paracelso è l'erede di un robusto realismo del pensiero medioevale, per cui le idee non sono astrazioni, ma entità, e la dimensione di ciò che è possibile tende a coincidere con ciò che effettivamente esiste. Fauni e nereidi, ad esempio, esistono realmente: non sono invenzioni della fantasia popolare, sono piuttosto creature che popolano piani di realtà contigui al nostro e, tuttavia, da esso distinti. Egli ha intuito che, se l'umanità ha creduto per migliaia d'anni in determinati enti, essi finiscono per acquistare vita propria, perché il pensiero non è semplicemente analitico e calcolante, ma è anche un'attività creatrice, che evoca forze potenti a noi pressoché sconosciute. Allo stesso modo è convinto che sia possibile fabbricare un essere umano artificiale, l'homunculus, in cui la tradizione cabbalistica del golem e la costruzione dell'uomo meccanico di Alberto Magno sembrano coincidere nel prototipo di una creatura che il mago può dirigere alla realizzazione dei suoi fini, così come ai suoi fini è in odi evocare spiriti dell'aldilà e di imporre loro la sua volontà e la sua lucida intelligenza.
All'interno di questo orizzonte di senso, all'interno di questo cosmo vivo in cui traluce tanto la dimensione soprannaturale del Progetto divino, quanto la libera attività modellatrice del soggetto umano, novello Adamo posto dinnanzi a un mondo perfetto, incantato e aurorale, si colloca il rapporto di Paracelso con la gemmoterapia, il ramo della fitoterapia che impiega gemmoderivati, e - più in generale - con l'erboristeria, che studia le essenze vegetali sotto il profilo officinale. Poiché fu forse il primo medico a utilizzare i minerali a scopo terapeutico (per esempio, il mercurio contro la sifilide), si è voluto vedere in lui il padre della medicina chimica; ma è un grossolano errore di prospettiva. Infatti, come abbiamo visto, per lui le cure fisiche rivolte al corpo mediante sostanze naturali non erano che una metà della scienza medica: checché se ne dica, egli non liberò la chimica dalle superfetazioni dell'alchimia bensì, al contrario, propugnò una scienza medica che fosse contemporaneamente chimica ed alchemica. No, signori scienziati moderni: Paracelso non è stato il vostro precursore; egli avrebbe avuto orrore della vostra concezione dell'uomo e della medicina, e avrebbe deriso il vostro sapere arrogante e riduzionistico.
Ma che cosa sono i gemmoderivati? Si tratta di preparati in glicerina (alcool ottenuto dalla saponificazione dei grassi, usato come emolliente e diluente) di gemme o di altri tessuti vegetali in via di sviluppo. Il concetto della gemmoterapia è abbastanza intuitivo: così come la gemma è l'abbozzo di un germoglio da cui si svilupperà il fusto della pianta, così la gemma preparata mediante la glicerina agisce sull'organismo umano malato quale principio attivo e dinamico, immettendovi quella spinta alla crescita e al perfezionamento che, in natura, produce incessantemente il rinnovamento del manto vegetale. La medicina, dunque, deve imitare i processi della natura, facendo propria quell'energia vitale che ovunque circola e si rinnova, perpetuando il miracolo quotidiano della vita in tutte le sue forme, dalle più umili alle più elevate. Tutto il contrario della moderna medicina chimica, di sintesi, che immette nell'organismo sostanze morte e cadaveriche (tipico esempio, il cortisone: un ormone della corteccia surrenale), che l'organismo stesso non è in grado di assorbire o di smaltire e che lo intossicano, depositandovisi come un corpo estraneo. Ecco dunque spiegata anche la predilezione di Paracelso, tra le sostanze officinali non vegetali, per il mercurio: l'unico metallo liquido a temperatura ambiente, i cui vapori sono velenosissimi ma che può sciogliere l'oro e l'argento e che, sotto forma di sali, può essere utilizzato in medicina per la sua azione diuretica, purgativa, antisettica e antiemetica. In quanto metallo liquido, il mercurio (un po' come l'acqua) possiede qualche cosa di vivo, di mobile, di organico e, somministrato in determinate congiunzioni astrali - come, del resto, ogni altro farmaco - rivitalizza l'organismo con la sua azione purificatrice e rigenerante.
Il bello è che la medicina di Paracelso funzionava, come è documentato dalle numerose guarigioni da lui operate e che gli attirarono (più che i suoi stessi princìpi "eretici" e più del suo stesso carattere collerico e intransigente, sprezzante verso la libresca medicina di una malcompresa tradizione) le gelosie e gli odii implacabili dei suoi meno fortunati colleghi. Da tali persecuzioni ebbe origine, in buona misura, il suo irrequieto girovagare di città in città, di regione in regione (astrazion fatta per gli improbabili viaggi di studio in Africa e in Asia che gli attribuì la fantasia dei contemporanei), attraverso un' Europa che, dilaniata dalle guerre di religione e proiettata vertiginosamente alla scoperta di nuovi mondi, andava cercando a tentoni una nuova identità. È oggi un luogo comune del paradigma neo-positivista sostenere che la scienza moderna (cioè cartesiana e galileiana) si è affermata, rispetto ad altri saperi tradizionali, in virtù della sua efficacia; e si portano ad esempio, come tipica dimostrazione di tale affermazione, i "progressi" e i "successi" della medicina di sintesi, della chirurgia, della biogenetica. Ebbene la medicina di Paracelso, che da tutt'altri presupposti concettuali muoveva, funzionava più di quella dei suoi invidiosi colleghi, ossia gli arroganti precursori della moderna scienza medica. L'ottimismo evolutivo, ovvero la concezione secondo la quale la modernità è un bene in sé stessa (e le forme culturali pre-moderne, un male in sé stesse), e il sapere procede per successiva accumulazione: ecco il grande peccato di orgoglio della cultura moderna. Esso riproduce, semplificandolo rozzamente, lo schema soteriologico delle religioni rivelate: prima c'era il Male, ossia la non-conoscenza; poi, con la rivoluzione scientifica, è arrivata la Rivelazione, aprendo la strada alla salvezza; infine è sorta una chiesa (la comunità tecno-scientifica) preposta a tale salvezza, con pieni poteri di salvare o di dannare, di santificare o di scomunicare.
Come ricorda anche Jeremy Rifkin nel suo libro Entropia, le grandi malattie epidemiche non sono state debellate dalla moderna scienza medica, bensì dalle migliorate condizioni igienico-sanitarie; al contrario, nell'ultimo secolo vi è stata una crescita esponenziale delle malattie iatrogene, ossia quelle provocate dalla medicina stessa (e non è escluso che l'influenza "spagnola" del primo dopoguerra, che mieté 20 milioni di vite umane, e la stessa A.I.D.S., siano appunto il prodotto di colture batteriologiche sviluppate a fini militari). Forse è davvero tempo che ritorniamo sui nostri passi e che ci riportiamo al grande bivio fra XVI e XVII secolo, quando la medicina occidentale ha abbandonato la strada della medicina olistica di Paracelso, per seguire gli effimeri successi di quella riduzionistica moderna. Forse è il caso che riconosciamo, con umile franchezza, che non sempre andare avanti nel tempo e nel regno della quantità corrisponde ad un avanzamento del sapere reale; perché, come ammoniva Pasolini, è possibile abbandonarsi a uno sviluppo senza progresso, le cui conseguenze devastanti sono oggi sotto gli occhi di chiunque abbia conservato la facoltà di vedere e non solo di guardare. Ma, per tornare sulla strada giusta - quella di Paracelso - dobbiamo modificare radicalmente la nostra mappa concettuale dell'uomo e del suo posto nel mondo. Non più un corpo senz'anima che striscia su una Terra indifferente, in un Universo privo di senso; ma una creatura spirituale, animata dalla coscienza del suo profondo, ineliminabile legame con tutti gli altri enti - quelli visibili e quelli invisibili - e dalla fierezza di poter collaborare a un destino di libertà e di amore cosmico.

lunedì 28 febbraio 2011

Cagliostro e i segreti della massoneria egiziana



Giuseppe Balsamo, detto Alessandro, conte di Cagliostro, nacque il 2 giugno 1743. Il 27 dicembre del 1789, il papa Pio VI ordinò il suo arresto. Dopo un processo truccato e quarantasette interrogatori, il 7 aprile 1791, Cagliostro fu condannato al carcere a vita. Sulla piazza Minerva di Roma, si bruciarono solennemente le insegne massoniche ed i libri confiscatigli. Rinchiuso il 21 aprile nella fortezza di San Leo (vicino a Rimini), vi trascorse il resto della vita in orrende condizioni, relegato in una segreta denominata Il Pozzetto, una sorta di pozzo o fogna. Vi morì il 26 agosto del 1795, due anni e mezzo prima dell’arrivo delle truppe francesi che fecero saltare la fortezza di San Leo. Cagliostro era l’ultima vittima dell’Inquisizione. Per subire un tale martirio, quest’uomo doveva essere alquanto imbarazzante. Sicuramente l’aspetto politico è da tenere in considerazione. Nella sua Lettera al popolo francese, annunciava la distruzione della Bastiglia, la convocazione degli Stati Generali e l’abolizione delle lettere con sigillo reale recanti un ordine di imprigionamento o di esilio. Ma, con il suo rito, Cagliostro rendeva accessibili degli insegnamenti fino ad allora riservati ai cenacoli più ristretti. Nel 1764 e 1765, a Messina, sarebbe stato iniziato all’alchimia da un Armeno o da un Greco. Nel 1766 e 1767, avrebbe praticato quest’arte a Malta. Dal 1770 al 1780, percorse l’Europa centrale e settentrionale. A Mitau (Courlande), nel 1778, dimostrò la sua padronanza nella cristallomanzia (veggenza nell’acqua magnetizzata di una caraffa con l’assistenza di bambini dai cinque ai sette anni). Nel 1778, 1779 e 1783, ebbe contatti con il benedettino ed alchimista Don Pernéty. La Massoneria di Rito Egiziano(Fino all'unificazione con il Rito Orientale di Memphis nel 1881)Cagliostro crea il Rito Egiziano Il 24 dicembre 1784, Cagliostro inaugura il rito della «Alta Massoneria Egiziana» nel quadro della Loggia Madre La Sagesse Triomphante di Lione. Questo rito è composto di tre alti gradi, poiché riceve come Apprendista Egiziano i maestri eletti provenienti da altri riti. Questi vengono ricevuti come Apprendisti Egiziani, poi Compagni Egiziani ed infine come Maestri Egiziani. Questo rito culminava in visioni talvolta accessibili a tutti i membri presenti. A Lione, disponiamo di testimonianze su guarigioni e manifestazioni di ogni sorta: J.B. Delorme fu guarito da una malattia incurabile, delle evocazioni furono organizzate alla presenza del Duca di Richelieu. Il fantasma di Prost de Royer, già Venerabile della loggia « La Bienfaisance» apparve e fu riconosciuto dai membri di quella loggia.Perché «Egiziano»?Per capire bene ciò che seguirà, devo spiegare cosa significa la parola «Egiziano».Leggendo questa parola, non dobbiamo pensare all’Egitto dei faraoni. Per Cagliostro, il suo Rito è egiziano in quanto si riferisce all’Egitto Copto, all’Egitto dei primi cristiani. Tant’è che Cagliostro si farà nominare «Le Grand Cophte», essendo «Cophte» la grafia della parola «copto» nel VIII° secolo.Qual è l’obiettivo del Rito Egiziano?Il Rito Egiziano di Cagliostro ha come obiettivo quello di favorire presso quelli che lo praticano una rigenerazione dell’intero essere, anima e corpo.Ai nostri giorni, quando parliamo di «trasformazione», di «evoluzione», intendiamo un cambiamento nella nostra psicologia. Di conseguenza, non possiamo più comprendere ciò che insegnavano i primi cristiani, gli antichi alchimisti o i massoni di Rito Egiziano. In quanto l’obiettivo di tutti questi ricercatori era una trasformazione integrale dell’essere umano. Per loro, non vi era separazione tra il corpo e l’anima. Anima e corpo erano come le due facce della stessa medaglia. In origine, avevamo un corpo di lucePer una migliore comprensione, torniamo alle origini. Nel giardino dell’Eden, Adamo ed Eva erano dotati di un corpo di luce, inalterabile. Questo corpo non era soggetto alla malattia ed alla morte. Poi Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso. Il loro corpo di luce si cristallizzò, s’indurì. Dallo spirituale, Adamo ed Eva passarono al biologico. La Bibbia dice che furono rivestiti di abiti di pelle.Nel Rito Egiziano, i massoni sono rivestiti di un abito bianco. Come l’alba nel cristianesimo, questa veste rappresenta il corpo di luce delle origini. Ma tutti i massoni, a qualunque rito appartengano, hanno anche un grembiule di pelle. Per Cagliostro, questo grembiule è un richiamo all’abito di pelle di cui il nostro corpo di luce è rivestito.Enoch ed Elia ci hanno preceduti su questa ViaDurante la Trasfigurazione, il Cristo è apparso agli apostoli nel suo corpo di luce. Un corpo che gli addetti chiamano «Corpo Glorioso». Questo corpo è il corpo immortale delle origini. Non è l’appannaggio di Gesù. In quanto anche Enoch ed Elia erano ripassati dal biologico allo spirituale. Anche loro sono «saliti» al cielo senza passare attraverso la morte. Per questo motivo, Cagliostro pone il suo Rito Egiziano sotto il loro patrocinio.I primi cristiani insegnavano i metodi di divinazione, che consentivano di ripassare dal biologico allo spirituale. Quegli insegnamenti sono stati conservati dalla Chiesa Ortodossa orientale. Ma sono anche stati ritrovati e conservati dagli alchimisti. Ed è da loro che Cagliostro li ha ricevuti.Come ritrovare la nostra divinità?Il programma di lavoro dei massoni del Rito Egiziano si divide in due tappe. Queste due tappe sono precedute da una lunga fase di preparazione. La prima tappa si riferisce alla rigenerazione «morale», ossia psicologica e spirituale; La seconda tappa ha come fine la rigenerazione del corpo. Questa fase può essere intrapresa quando è terminata la prima. Cagliostro si riallaccia al primo ritiro di Mosé descritto in Esodo (36, 12-18). - Cagliostro si riallaccia al secondo ritiro di Mosé descritto in Esodo (34, 27-28) ed in Deuteronomio (9, 18-25 e 10, 10). Similmente ai ritiri effettuati da Mosé, ciascuna di queste due tappe si svolge in quaranta giorni.La preparazioneAffinché le due tappe riescano, l’iniziato deve vivere secondo un’etica irreprensibile. Gli alchimisti direbbero che l’uomo deve ammorbidire la pietra prima di lavorarla. I mistici insegnavano che il cuore deve essere aperto. Il fallimento è assicurato per gli orgogliosi, i cupidi e gli egoisti. L’iniziato deve prendere tre misure immediate:• Adottare e rispettare le leggi del paese in cui si trova;• Amare il prossimo, aiutarlo, essere caritatevole verso di lui;• Dedicare tre ore al giorno alla pratica della preghiera.Per estensione, deve aver ricevuto l’assicurazione di essere ormai amato da Dio. A questo provvede la preghiera.La prima tappa: l’evocazione degli angeliCosì preparato, l’iniziato deve ritirarsi per quaranta giorni. In un luogo solitario, deve ri-centrarsi, non lasciarsi distrarre dai suoi pensieri. Deve vivere in stato di preghiera permanente. I massoni che conoscono i segreti alchemici del loro Rito direbbero che deve trovarsi nella «Camera di mezzo» o al «centro del cerchio». L’iniziato dedica la sua giornata ai riti e alle preghiere.La Bibbia ci indica che esistono sette grandi angeli. L’obiettivo della prima quarantena è l’ottenimento di un contatto con ciascuno dei sette angeli. Questi sette angeli comunicano al nostro uomo il mezzo per entrare in contatto personale con loro. Questi angeli lo guideranno e l’aiuteranno a diventare moralmente e spiritualmente perfetto.Possono trascorrere degli anni per completare questa prima rigenerazione. Se l’uomo dovesse morire senza aver effettuato il secondo ritiro, ciò non è grave. La pietra ammorbidita continuerà ad essere lavorata su altri piani. Per questo primo ritiro, Cagliostro utilizza dei metodi di cui ritroviamo tracce dall’antico Egitto.La seconda tappa: la rigenerazione del corpoCosì guidato, l’iniziato può intraprendere il secondo ritiro di 40 giorni. In primavera, in occasione del plenilunio di maggio, si isola nuovamente. Si attiene ad un regime alimentare sano e frugale. Ogni giorno assume certe sostanze preparate secondo procedimenti alchemici tutto sommato piuttosto semplici. Sudorazioni ed altri processi di eliminazione gli consentiranno di evacuare gli umori viziati. I sette angeli primitivi sono «i sette Spiriti presenti davanti al trono di Dio». Questi sette angeli erano noti al giudaismo ed al cristianesimo più antico (Tobia 12, 15). L’autore dell’Apocalisse parla dei sette Spiriti presenti davanti al trono di Dio (1, 4), dei «sette Spiriti di Dio in missione su tutta la terra» (5, 6), dei «sette Spiriti di Dio e delle sette stelle» (3, 1), vede sette lampade di fuoco (1, 12), i sette Spiriti di Dio ardere davanti al suo trono (4, 5), i «sette Angeli disposti davanti a Dio» (8, 2). Soltanto Michele (o Michael), Gabriele e Raffaele sono nominati nelle Scritture. Un quarto, Uriel, è citato nelle letteratura ebraica. Per gli altri esistono numerose varianti. I nomi riportati da Cagliostro sono: Anael, Zobiacel, Anachiel. Secondo Agrippa a cui Cagliostro fa riferimento a più riprese, i loro nomi e corrispondenze planetarie sono i seguenti: Zaphkiel (Saturno), Zadkiel (Giove), Camael (Marte), Raphael (Sole), Haniel (Venere), Michael (Mercurio) e Gabriel (Luna).È a questo punto che si opera in lui una vera trasformazione. Pelle, denti, unghie, capelli si rigenerano. Ciò gli consente di prolungare la sua esistenza. Non per diventare immortale nel corpo, ma per disporre del tempo necessario per ripassare dal biologico allo spirituale.Cagliostro non ha inventato questi procedimenti. Fino ad allora riservati a piccoli cenacoli aristocratici molto chiusi, li ha resi accessibili integrandoli nel suo rito massonico. Ma, cosa ancora più stupefacente, ho ritrovato una pratica identica alla sua in un antico testo di alchimia indiana. Siccome Cagliostro non ha mai messo piede in India e non conosceva il sanscrito, ciò indica che queste tecniche proseguono il loro cammino in ogni tempo, in ogni luogo, al riparo da sguardi indiscreti.Ai nostri giorniNon ho mai inteso parlare di tutto questo!Capisco lo sbalordimento del massone che leggerà queste righe. Nessuno gli ha parlato di queste tecniche. Peggio, se si interessava di ermetismo, i suoi istruttori gli avranno ripetuto che tali pratiche non erano mai esistite in massoneria. Lo so; è anche quello che mi è stato detto. Fin quando non sono andato a guardare più da vicino.Alcuni villaggi gallici resistono ancora Scopersi ciò che mi era stato nascosto. Vidi come interi pezzi della storia massonica sono stati epurati, ripuliti, laicizzati. Scopersi poi che piccoli cerchi discreti e coraggiosi conservano accesa la fiaccola. Vilipesi, attaccati da una massoneria imborghesita che tenta di recuperarli snaturandoli. Benché pressioni dall’esterno e certe umane debolezze talvolta li destabilizzino, questi cerchi hanno un merito: esistono. Come ricordano le Scritture, vale di più un cane vivo che un leone morto.Desideravo rivelare l’esistenza di questi insegnamenti a tutti gli uomini di buona volontà, massoni e non. Con questo spirito, e con il consenso dei più alti responsabili di alcune di queste discendenze, ho pubblicato Secrets de la franc-maçonnerie égyptienne.